Quando mia moglie mi diede la notizia che avremmo avuto un figlio, non saprei descrivere l'emozione che provai. Come quando si materializzano i sogni! Non ci credi.
Eravamo così felici, io e la futura mamma, che quando ci chiamarono per dirci che il feto presentava delle anomalie significative, non ne facemmo un dramma.
Ci guardammo negli occhi e istantaneamente decidemmo che nostro figlio sarebbe comunque venuto al mondo, perché la natura, quando sbaglia, non fa nient'altro che confermare la sua perfezione. E questo è quanto.
«Il vostro bambino ha la sindrome di Down!»
«Bene», risposi io. «Quello che è.»
I primi anni passarono sereni. Le differenze rispetto agli altri si notarono crescendo, sempre più marcate.
Noi ci eravamo fissati che avremmo fatto qualsiasi cosa per rendergli la vita il più normale possibile: la scuola, i giochi, le amicizie. Ma più cresceva, più era chiaro che non era possibile e che il suo destino era legato ai suoi simili e alle persone che li seguono.
Il cambio di passo significativo di questa storia avvenne quando, dopo un banale mal di schiena, a mia moglie diagnosticarono un tumore al pancreas.
Sei mesi e non c'era più.
Io e Adam restammo soli.
Tutto sembrava procedere esattamente come prima, in due piuttosto che in tre.
Quando una sera mi prese il panico pensando che, se fossi morto anche io, Adam sarebbe finito in qualche istituto dove non avrebbe fatto altro che vegetare, presi una decisione stupida: vendetti tutto quello che avevo e partimmo per fare il giro del mondo.
Ve la faccio breve: andammo ovunque.
Pensate che trovai anche una prostituta olandese che lo iniziò al sesso.
In India finimmo in un tempio dove adorano i serpenti velenosi. Scoprii che Adam non li temeva. Anzi, sembrava a suo agio e loro lo rispettavano, non lo mordevano!
Con immenso stupore del custode e di tutti i fedeli accorsi a stupirsi del miracolo.
Io invece fui morso quasi subito.
Feci finta di niente, non chiesi aiuto e, dopo circa tre ore, il veleno mi mandò ad incontrare la mamma di Adam in cielo.
«E tu cosa ci fai qui?»
«Sono morto!»
«E Adam?»
«Guarda tu stessa...»
Adam indossa una bella tunica arancio. I capelli ormai grigi contornano il capo lasciando un grazioso buco al centro del cranio.
Sembra un santo!
Cammina a piedi nudi in mezzo a cumuli di serpenti che lo accarezzano e lo seguono.
Vive nel tempio e moltitudini di fedeli vanno a venerarlo ogni giorno, portando doni e preghiere.
Io e mia moglie ci siamo guardati come quella volta che ci dissero della sindrome di Down di Adam...
E abbiamo cominciato a ridere, ma a ridere.
Girolamo D'Angelo: L'Aquila, 15 aprile 1972 - Agra, 12 dicembre 2019